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Quando arrivi a Ground Zero la memoria come una giostra malinconica fa un giro all'incontrario, riavvolgendo il nastro di una storia che non si vorrebbe mai aver ascoltato, ne' tantomeno vissuto. Questa come tutte le storie in cui l'uomo uccide i suoi simili. Appena arrivi a Ground Zero la prima cosa che ti colpisce e' il vuoto, lo spazio di cielo che prepotentemente ti si para davanti agli occhi. Non era piu' abituata a vedere tanto cielo. Dopo una settimana tra una miriade di grattacieli, quello spazio aveva un che di innaturale. La seconda cosa che ti colpisce e' il buco. Quel cratere nel quale si scava per ricostruire una ferita che niente e nessuno potra' piu' rimarginare. Non faccio foto a Ground Zero. I miei occhi guardano distratti. Il dolore e' troppo forte, troppo pesante da sostenere. Non stamattina. Ieri e' arrivata una coppia di amici dall'Italia, Ivano e Stefania. Con loro e Luisa passo il resto della giornata in giro per Seaport, guardando da lontano il ponte del suo immaginario di bambino, il ponte di Brooklyn, quando per la prima volta masticai una chewing gum e fantasticai che prima o poi un giorno lo avrei visto da vicino. Per un buco nella memoria che si apre, un altro si chiude.
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